CREED II || Cinema Vittoria
 
 

CREED II

Da giovedì 31 Gennaio a mercoledì 05 Febbraio spettacoli ore: 20.00 - 22.00


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Adonis Creed ha tutto. Tutto quello che un atleta e un uomo possono desiderare: il titolo di campione del mondo dei pesi massimi e l'amore di Bianca, a cui chiede di sposarlo. Ma a un passo dalla felicità, il passato torna e lo sfida. Il suo fantasma ha il volto e i muscoli di Viktor, figlio di Ivan Drago, che trentaquattro anni prima ha ucciso suo padre sul ring. Sconfitto da Rocky Balboa, abbandonato dalla consorte e dimenticato dal suo paese, Ivan cresce il figlio a sua immagine e cerca il riscatto al suo fianco. Adonis accetta di combattere contro Viktor ma Rocky non ci sta. Almeno fino a quando il suo pupillo non comprenderà la sola cosa per cui valga la pena incassare pugni e assestarne: la famiglia.

Che cosa cerchiamo (da sempre) in Rocky? L'emozione, il masochismo, il punto di rottura della carne, l'allenamento 'ecologico', l'avversario postumano, il confronto sul ring, l'eccesso, gli snodi narrativi che sfidano l'improbabile, in una parola la ripetizione che rinnova il conto aperto dell'eroe col suo pubblico.

Modesto, taciturno e tenace, Rocky Balboa si rialza ogni volta e lo paga a pugni chiusi e ben piazzati. Tre anni dopo Creed, spin-off di Rocky che rinfrescava la saga contrapponendo il carisma ascensionale di Michael B. Jordan al crepuscolo malinconico di Sylvester Stallone, Creed II rinnova il capitale simpatia e sigla l'addio definitivo a Rocky. Perché Hollywood adora uccidere e poi onorare il passato rifacendolo ad nauseam. Il seguito, il seguito del seguito, è la sua mania, il suo dramma, la sua maledizione. Ma che importa, quando si tratta di Rocky nemmeno il pubblico getta la spugna.

Se il Creed di Ryan Coogler è una lettera d'amore a Rocky, il sequel di Steven Caple Jr. è congenitamente legato a Rocky IV, l'atto di fondazione del personaggio Jordan/Creed. Pessimista sugli sviluppi della perestrojka e del socialismo riformato di Gorbaciov, Stallone introduceva nella saga un campione sovietico, stereotipo dell'atleta durante la guerra fredda e veicolo propagandistico, secondo l'immaginario americano, del regime totalitario. Nel 1985 Apollo Creed moriva sul ring e sotto i colpi di Ivan Drago, caricatura comunista e parodia massiccia del rivale di Stallone al box office dell'epoca: Arnold Schwarzenegger.

Se Rocky IV giocava la carta del gigantismo, Creed II sceglie quella intima. Steven Caple Jr. non costruisce il suo film sulle rovine del blocco capitalista contro quello comunista, anche se e a dispetto del buon senso geopolitico, la sceneggiatura di Stallone sembra prolungare la guerra fredda come in Rambo. Ma i muri sono caduti, Brigitte Nielsen ha lasciato Drago per un oligarca borioso e l'eroe bianco e reaganiano per eccellenza ha ceduto il passo a un eroe black contemporaneo, forgiato nell'America di Obama e lontano dalla binarietà dei ruoli hollywoodiani (magical negro o delinquente).

Né totalmente ghetto, né totalmente borghese, Adonis è il Drake del ring che cerca nella boxe una maniera di esistere. A questo giro di round non ci sono guerre fredde da scongelare e la boxe non è che un pretesto. Stallone rispolvera il racconto di 'passaggio' e schiera quattro pesi massimi (Adonis e Rocky, Viktor e Ivan) davanti alla camera di Steven Caple Jr., servendo un dramma shakespeariano, come suggerisce nel film un cronista sportivo.

Creed II è soprattutto una storia di uomini che ritornano, vivono e diventano. Di uomini che crescono, invecchiano e non smettono di cercare il loro posto, di domandarsi quale eredità lasceranno. Una storia di filiazione, di sangue o di cuore, di uomini che prendono colpi ma continuano ad avanzare, costi quel che costi. Perché malgrado i dubbi, le prove, gli scacchi non si lasciano abbattere, perché malgrado la loro età, la loro estrazione sociale, il loro destino spezzato sono sempre pronti a un nuovo round per comprendere cosa significhi essere un uomo, un padre, un figlio. Sul ring la coreografia dei combattimenti non ha l'eleganza raggiunta da Coogler, che girava come un felino intorno al corpo dei pugili, Caple Jr. preferisce moltiplicare i punti di vista, 'allargando' sugli spettatori e i giornalisti.

Nondimeno Creed II vince ai punti e puntando sui suoi attori: Michael B. Jordan energico e appassionante nella sua vulnerabilità, Sylvester Stallone metodico e bofonchiante fuori dal ring, Dolph Lundgren wagneriano e quasi ciarliero, Florian "Big Nasty" Munteanu monolitico e imponentemente sobrio.

Il risultato è un 'film di boxe' dal conformismo narrativo rassicurante, un racconto robusto aggrappato all'applicazione, all'etica dello scontro leale, all'eredità, al lutto, alla resilienza, all'orgoglio, al patriottismo esasperato ma soprattutto alla famiglia. Con Creed II siamo daccapo nella linea narrativa arcinota, manichea e prevedibile. Una ricetta elaborata da Stallone nel 1976 e 'trasmessa' nel 2019 sul tema eroico di Bill Conti, che interrompe la composizione fusionale di Ludwig Göransson e consegna il testimone a Creed. Creed che prende a pugni i suoi demoni e si costruisce finalmente la sua leggenda.

Quanto a noi, felici di ritrovare l'universo di Rocky intatto, ci congediamo da un attore "atleta del cuore" e dell'immaginario collettivo, un monumento di muscoli e repliche masticate, un probo lavoratore del ring che atterra con sventole iperboliche il campione smargiasso di turno. L'eroe di un'altra epoca che ha allenato l'eroe di questa epoca perché Sly sa che non ne avremo mai abbastanza di storie di Rocky che chiudono sempre in favola


Scritto Gio 31 Gennaio 2019